Se il sangue del distretto macchia la narrazione jungle

La settimana appena conclusa verrà ricordata per due episodi assolutamente collegati tra di loro: il primo è l’incontro ravvicinato tra il sindaco di Prato Matteo Biffoni e una rappresentanza dei manifestanti dei Sì Cobas avvenuto tra i locali interni della Tazza d’Oro e il parcheggio davanti la Questura; il secondo è senza dubbio il servizio televisivo trasmesso da Piazzapulita sul distretto e le successive reazioni del primo cittadino e delle categorie di riferimento. Quello di Prato è il distretto manifatturiero della moda più grande di tutta Europa con oltre 7.000 aziende, 30.000 impiegati e quasi 2 miliardi di euro di giro di affari solamente con l’export. Tutta questa complessità, che rende unica Prato, ci impone una riflessione sincera e onesta toccando temi caldi quali l’integrazione, il rispetto della norme nelle aziende, lo sfruttamento dei lavoratori e, in generale, le condizioni lavorative di chi permette a questo distretto così dinamico di consegnare decine di migliaia di capi di abbigliamento in tutti i negozi del mondo.

ALLA TAZZA D’ORO NON SI ERANO MAI VISTE SCENE COME QUESTA. Davanti alla Texprint, una delle tante stamperie presenti nei nostri Macrolotti, resiste ormai da quattro mesi un picchetto di protesta e di testimonianza organizzato dai Sì Cobas. Non ho alcuna intenzione di prendere le difese di nessuna delle due parti (quella dei lavoratori che denunciano situazioni di grave sfruttamento e quella dell’azienda) perché non ho abbastanza informazioni in merito. Di una cosa però sono certo: il sindaco di una città come la nostra non può non aver trovato il tempo, in quattro mesi, di ricevere la delegazione dei Sì Cobas che aveva fatto formalmente richiesta. Anzi, dirò di più: il primo cittadino, una settimana dopo l’inizio del presidio di protesta, avrebbe avuto l’obbligo politico di recarsi sul posto almeno per informarsi in prima persona di quello che stava accadendo. E per metterci la faccia su un tema come questo. Lo scontro tra i manifestanti e Biffoni alla Tazza d’Oro, con il sindaco che nega un confronto e retrocede verso la sua auto sornione come un gambero, è la conseguenza tanto di un appuntamento negato quanto di una situazione ormai portata all’esasperazione per i lavoratori.

LA RIDICOLA LEVATA DI SCUDI. Fanno sorridere le reazioni di sindaco e categorie locali, che si dimostrano più preoccupati per come ne esce l’immagine della città rispetto invece ai temi che il servizio fa emergere in tutta la loro crudezza: sfruttamento dei lavoratori, posizioni non regolarmente contrattualizzate che a volte riguardano persino clandestini e, per ultimo ma forse il tema più importante, la sicurezza sul luogo di lavoro. Sono due le persone morte, nel giro di pochi mesi, mentre erano a lavorare in aziende del distretto. E tutto questo, nel 2021, è semplicemente inaccettabile. Troppo facile e, allo stesso tempo del tutto retorico, scendere in piazza con le bandiere spiegate per commemorare le vittime se poi la politica non fa seguire fatti concreti per migliorare le cose. Giacomo e Luana erano figli della nostra città e sono stati uccisi da macchinari di filature e orditure.

Non prendiamoci in giro: il problema sicurezza sul lavoro c’è e non si può far finta di niente. Tutti sanno ma, allo stesso tempo, tutti fingono di cadere dal pero: i sistemi di sicurezza sui macchinari esistono ma vengono disabilitati o “silenziati” per poter produrre senza interruzioni. E questo è un grande tema che riguarda tutti. Allo stesso modo, esiste un problema evidente sui diritti dei lavoratori: nel 2021 è inaccettabile che centinaia di lavoratori debbano accettare mansioni sottopagate con orari ai limiti della schiavitù. Se tutto questo ancora accade, significa che i controlli non sono sufficienti, che il lavoro dei sindacati non ha portato a risultati accettabili e che la politica ha fallito.

Le potenzialità e le complessità di un distretto che ha dimensioni e collocazione quantomeno europea, dovrebbero essere governate da una classe dirigente che non fugge né dai confronti scomodi né dalle proprie responsabilità. Soprattutto, che ha saputo costruire negli anni una visione politica complessiva e articolata.

FUFFAN JUNGLE. La realtà però, prima o poi, bussa inevitabilmente all’ufficio di un sindaco sempre più permaloso e sempre più rinchiuso nella sua bolla i cui, i problemi, semplicemente non entrano. Da anni ormai, da quando Biffoni ha deciso di concentrarsi sul suo futuro politico che lo vedrà lontano da Prato (a Roma in parlamento o a Firenze in regione), il nostro sindaco non ha preso una posizione netta che sia una sui temi più scottanti. Dalla gestione della pandemia quando Giani cambiava colore a Prato senza apparenti motivazioni scientifiche all’organizzazione imbarazzante, soprattutto all’inizio, della campagna vaccinale, con le code e gli assembramenti ingiustificati al Creaf o per l’inconcepibile apertura del secondo hub vaccinale nel luogo più difficile da raggiungere di tutta la provincia. Le responsabilità delle cose che non funzionano o non sono mai del sindaco oppure, secondo lui, funziona tutto benissimo. Finalmente ho capito che le giungle urbane, tanto decantate e tanto renderizzate, servono più che altro per nascondersi e mimetizzarsi nei momenti difficili. Sono stati dei geni su questo.

LO SGUARDO ALTROVE. Il paragone con la Prato di qualche anno fa è impietoso: non abbiamo più una banca di riferimento a sostenere la crescita dell’intera città e, quella che una volta si chiamava Unione Industriali, adesso è diventata una pregiatissima società di catering controllata da Lucca che organizza piacevolissimi buffet con squisitissime tartine. E se un tempo il dibattito politico si consumava tra partiti veramente radicati nel territorio, oggi non è più così. Anche il livello dell’attuale opposizione, privo di personaggi di spessore in grado di stare sugli argomenti veri, è davvero un grosso problema.

Prato è stata costruita grazie al confronto continuo e onesto tra politica, categorie, giornalismo e altri riferimenti un tempo molto influenti come Diocesi o sindacati. C’era una volontà comune di far crescere tutta la città e di cogliere le sfide del futuro. Oggi, tutto quello che è rimasto, è solo un po’ di potere da spartirsi e niente più.

Che cosa sostituirà quel famoso sottoscala di Baghino, tanto romanzato dall’ex onorevole Mauro Vannoni, alla ricerca di una nuova età dell’oro e della consapevolezza? Ma, soprattutto, sapremo ancora essere all’altezza di certe sfide?

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