L’occupazione militare del potere

Sono passati sette anni esatti dalla prima vittoria di Matteo Biffoni a Prato e, per chi osserva le dinamiche politiche cittadine, appare sempre più chiara e netta la vera e propria occupazione militare nei posti chiave della città messa in atto dal PD pratese. Anzi a dire la verità, come ha fatto giustamente notare qui la nuova segretaria dei Giovani Democratici Maria Logli, il partito di via Carraia si è tristemente ridotto a comitato elettorale della giunta e, ancor più nello specifico, del sindaco. Per questo l’occupazione militare semmai è costruita attorno alla sua figura e ai suoi rapporti, negando persino spazio e pluralità all’interno del suo stesso partito.

Non c’è posto di rilievo nelle partecipate cittadine che non sia occupato da persone a lui vicine e, se per gli alleati alle scorse elezioni che hanno voluto continuare a far parte di questa maggioranza sono stati individuate solamente posizioni secondarie nelle retrovie, non è andata tanto diversamente a molti esponenti delle altre correnti del Partito Democratico locale.

Basti pensare a due episodi chiave accaduti durante gli ultimi mesi: il primo risale allo scorso settembre, quando l’elettorato PD scelse il ritorno in regione di Bugetti a discapito di Ciolini, con quest’ultimo che invece verrà più tardi “premiato” da Biffoni con la presidenza di Alia (50.000€ lordi all’anno per tre anni); il secondo è più recente e accade qualche mese fa con il rimpasto di giunta, quando la maggioranza del partito zingarettiana si aspettava che fosse la giusta occasione per riequilibrare una squadra già di per sé quasi monocorrente, e che invece ha dovuto accettare obtorto collo l’ingresso di Bosi al posti di Marchi. Fuori il rappresentante di Demos e dentro un altro che, nel tempo, ha saputo diventare sempre più biffoniano.

Dodici anni fa Roberto Cenni strappò la città al PD di allora, insieme a tante altre ragioni, anche perché in città si respirava ormai da tempo un clima di oppressione per quel sistema di potere capillare che i democratici avevano militarmente costruito e che oggi stanno ricostruendo. La vittoria dell’imprenditore civico appoggiato dai partiti di centrodestra fu accolta da molti come una vera e propria liberazione ma, per altri abituati a lavorare grazie alla tessera che avevano in tasca, fu l’inizio di un incubo. Ritrovo molte similitudini tra il presente e dodici anni fa, anche se la storia non si ripete mai se non sotto forma di farsa.

Credo sia arrivato il tempo di smontare la roccaforte partitocratica costruita in questa città e composta soprattutto dalle società partecipate, sempre più “parcheggio” a dispozione delle spartizioni di potere e sempre meno garanzia di servizi di qualità per i cittadini.

Quando nei giorni scorsi ho letto l’articolo sulla targa in memoria di Roberta Betti, non ho potuto ricordare il modo in cui questa amministrazione ha sostituto alla presidenza il politicamente “laico” Nardi con la “tesserata” di lungo corso Magnolfi. Il Politeama, grazie all’ottimo lavoro di Betti, era rimasto per anni uno dei pochi luoghi della cultura privo delle ingerenze partitocratiche e politiche. Il PD ci ha messo pochi mesi dalla sua morte ad occupare anche questo posto con un vero e proprio blitz.

Gli anni che succederanno al decennio biffoniano potranno e dovranno essere rivoluzionari sotto questo punto di vista: da una parte una necessaria operazione di dismissione di tutte quelle quote del Comune di Prato per tutti quei servizi che si possono tranquillamente trovare attingendo al libero mercato; dall’altra il coinvolgimento di manager e personalità di alto livello, e non di fedeli tesserati di partito incapaci di trovarsi un lavoro senza le spinte delle correnti, per quei ruoli nelle società partecipate che non possono essere cedute e che sono necessarie.

La nostra città deve finalmente fare il salto di qualità. E lo potrà fare solamente se verrà liberata dalle ingerenze partitocratiche che nulla hanno a che fare con il merito e la competenza e che invece stanno caratterizzando i due mandati di Matteo Biffoni.

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