Siamo sicuri che Prato sia la città del contemporaneo?

Sono gli anni in cui si dibatte molto sull’importanza di una visione politica per chi si ritrova ad amministrare la cosa pubblica. E la visione politica purtroppo, la si può avere ma anche non avere. C’è però una terza via che ho scoperto in queste settimane e che riguarda proprio la mia città: prendere in prestito tutti i trend più fighi del momento e mescolarli tra di loro senza un grande significato per far sembrare agli altri di averla questa benedetta visione politica.

Ed è così che ieri, durante la presentazione dell’opera di Antony Gormley in piazza Duomo, si è proposto senza pudore un dialogo del tutto campato in aria sulla contemporaneità, sull’economia circolare, sulla nostra città e sul distretto industriale. Mancava l’altro grande must di questa amministrazione, che probabilmente non si sono sentiti di tirare il ballo: la forestazione urbana. Anzi, l’Urban Jungle. Che fa più Londra così anche se poi si tratta della facciata di Estra sulla declassata.

Continuare a raccontare ai pratesi che Prato è diventata la città del contemporaneo vuol dire prenderli in giro. A chi difficilmente si è spinto a ovest di Paperino, magari gliela si può anche vendere questa menzogna. Ma chi ha avuto la fortuna di viaggiare un po’, davanti a certe affermazioni non può che mettersi a ridere. O a piangere. Più che del contemporaneo, siamo diventati la città del tuttismo. Dove tutto viene mescolato senza senso per essere venduto agli elettori. Costruire sistematicamente e quotidianamente una narrazione drogata dalle necessità di accrescere il proprio consenso politico è, oltre che pericoloso, anche dannoso. A cosa serve nascondere i problemi sotto al tappeto dello story telling? Se Prato è la città della contemporaneità, cosa sono Milano o Venezia, per rimanere in Italia? E cosa allora New York, Dubai, Singapore, Shanghai, spostandoci su un piano globale?

Pensate a coloro che non sono di Prato e che arrivano per la prima volta sulle sponde del Bisenzio dopo aver letto il racconto che viene fatto da un po’ di tempo a questa parte da chi amministra dal 2014 questo luogo. Urban Jungle, Riversibility, Macrolotto Zero come il quartiere degli artisti e la nuova via Tortona pratese, Prato Circular City. Per non parlare di questa necessità assai provinciale di chiamare le cose in inglese. Come se la lingua di Albione riuscisse, da sola, a far sembrare le cose un po’ più fighe.

Prato non è la città del contemporaneo. Prato è un paesone. Soprattutto per la mentalità provinciale dei suoi abitanti e, di conseguenza, dei suoi amministratori. Questo paesone riesce ad essere veramente contemporaneo su un piano internazionale solamente nella sua dimensione lavorativa. Qui nasce la moda che il mondo indossa due anni dopo. Ed è qui che si intrecciano le relazioni umane, economiche e sociali che faranno la Prato, e per certi versi non solo la Prato, dei prossimi decenni. È questo il motore che muove tutto e su questi temi dovrebbe concentrarsi chi amministra la nostra città.

Il resto sono tutte cazzate.
Anche se le chiamate in inglese.

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