Calenda si candida a Roma. Vi spiego perché sarà un fallimento

Ricordo ancora quando si presentò a Febbraio 2018, da ministro dello Sviluppo Economico del governo Gentiloni, alla chiusura della campagna elettorale di +Europa a Roma per le elezioni politiche. Si scusò per essere arrivato con le sue Blundstone sporche e in sala, in molti me compreso, pensammo subito che davanti ai nostri occhi avevamo quel leader carismatico ancora senza casa politica che sarebbe stato perfetto al fianco di una figura storica come Emma Bonino e di un altro storico radicale liberale come Benedetto Della Vedova. Le sue parole, le sue idee, il suo modo di vedere il mondo erano in linea con il contenitore che aveva davanti a sé. Gli fu chiesto di entrare in +E, lui disse che comunque il percorso che ci attendeva sarebbe stato molto simile, ma poi nicchiò. +Europa, per pochissimi voti, non riuscì ad entrare in Parlamento se non per qualche caso sporadico e isolato e mi sono sempre chiesto cosa sarebbe successo se, tra i nostri, ci fosse stato anche Calenda.

Quattro giorni dopo quel venerdì, mentre nel nostro Paese l’opinione pubblica iniziava a commentare la pesante sconfitta del PD, la vittoria del M5S e il grande risultato del centrodestra unito, Calenda spiazzò tutti comunicando che si sarebbe iscritto al Partito Democratico.

Dopo otto mesi di battibecchi coi vertici nazionali del PD, non prima di essere passato al congresso di +E a Milano a salutare e a dirci di quanto si fosse pentito di essersi iscritto al PD, a settembre decise di presentare il suo nuovo contenitore libdem “Siamo Europei”, andando ad invadere chiaramente quel campo che già era occupato da quel partito, +Europa, che tanto lo aveva corteggiato e che, nonostante tutto, lo stava ancora corteggiando. La cosa meravigliosa è che, in vista delle Europee di maggio 2019, dopo aver rifiutato di fare un accordo con il partito della Bonino che gli avrebbe permesso di diventare il leader italiano di tutti i liberal democratici ma che non gli avrebbe garantito lo scranno a Bruxelles, preferì farsi dare un seggio sicuro dal PD nel Nord-Est spiazzando nuovamente tutti e accasandosi con Zingaretti.

A questo punto non vi stupirete se vi dico che il matrimonio col PD durò solamente due mesi. A luglio 2019, con il sedere ben accomodato sull’ottimamente remunerato seggio all’Europarlamento, annunciò il suo strappo con quel partito che gli aveva permesso di volare in Belgio.

Dopo tre mesi, tanto per non farsi mancare nulla, rottamò sé stesso ancor prima che lo facessero altri, accantonando l’ormai superato “Siamo Europei” (che forse serviva solamente per le europee a far fallire +Europa e a portare quei voti al PD) con il più immediato e spendibile “Azione” a cui aderisce anche il fuoriuscito Matteo Richetti. In questi ultimi mesi ha più volte smentito categoricamente le voci che lo volevano candidato a Roma per il centrosinistra e non ha fatto altro che lanciare critiche su critiche al PD e al governo giallorosso.

Nella serata di oggi, in collegamento con Fazio durante l’ultima puntata di “Che tempo che fa”, ha annunciato la sua candidatura a Roma chiedendo al PD di sostenerlo.

Chi scrive batte i marciapiedi della politica ormai da diverso tempo e sa benissimo che la parola dei leader politici vale soltanto nel preciso istante in cui vengono pronunciate. Ed è normale che sia così. C’è un problema però in Calenda che fa di lui il prossimo fallimento certo delle forze liberal democratiche e riformiste italiane: l’ego. Il suo problema non è l’aver cambiato strada almeno sette volte in due anni ma il non sapere dove andare.

Prima di essere chiamato a fare il vice ministro da Letta e il ministro da Renzi (a mio avviso lavoro svolto con ottimi risultati), Calenda era stato “solo” un manager di discreto successo che si era affacciato alla politica con Montezemolo in Italia Futura e che non era riuscito a entrare in Parlamento nelle elezioni 2013 nella lista di Mario Monti Scelta Civica. Nel giro di pochi anni, da eterna seconda linea, ha assaporato il piacere edonista del giocare la partita da protagonista e, forte di una ottima presenza mediatica, ha cercato di sfruttare al massimo l’occasione.

La sua scelta di candidarsi a Roma però, ha gettato nello sconforto decine di iscritti e militanti di Azione che da mesi si stanno impegnando sui territori per costruire la dimensione locale del partito. Un partito che, giusto ricordarlo, non ha mai eletto degli organismi intermedi, non ha mai riunito un’assemblea degli iscritti e non si è mai confrontato in congresso. Come vengono prese le decisioni importanti in Azione? C’è stato un confronto con gli iscritti sulla decisione di candidarsi a Roma?

Quello di Calenda sembra il remake del film già visto con Renzi ma realizzato con un budget di molto inferiore. Sappiamo già tutti come andrà a finire e, fondamentalmente, non abbiamo neanche gran voglia di rivederlo. Magari riuscirà anche a diventare il prossimo sindaco di Roma, non è questo il punto. Sappiamo già che, come il renzismo, anche il calendismo fallirà.

Il punto è che ha già deluso la stragrande maggioranza delle persone che finora hanno creduto in lui. E in politica, così, vai poco lontano.

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