11.326 voti contro i “padrini”

Nell’ormai lontanissimo 2009 successe una cosa inaspettata che stravolse gli equilibri cittadini: il centrodestra guidato dal civico Roberto Cenni strappò la città dalle mani delle forze democratiche e progressiste dopo sessant’anni di monocolore. Il neonato Partito Democratico, al suo interno in realtà ancora diviso tra ex DS ed ex Margherita, si presentò all’appuntamento con Massimo Carlesi come candidato sindaco dopo delle primarie in cui si videro più coltelli volare che voti e, incredibilmente, perse le elezioni.

Dopo cinque anni di purgatorio e probabilmente dopo molte lezioni imparate, nel giugno 2014 Matteo Biffoni, fedelissimo del neo premier fiorentino, riportò la città sotto la guida di Via Carraia anche e soprattutto grazie alla spinta del renzismo.

Il giovane sindaco, che fece incetta di voti riuscendo ad essere un interprete più che credibile di quella nuova ondata politica e culturale che tutti chiamavamo “rottamazione”, si ritrovò subito a dover fare una scelta coraggiosa: dare vita ad un nuovo corso della politica pratese o rinnegare la rottamazione e innestarsi, senza soluzione di continuità, ai gangli storici del potere cittadino.

In quel preciso momento, due vecchie volpi della politica pratese apparivano in seria difficoltà: il primo era Paolo Abati, che cinque anni prima aveva perso le primarie contro Massimo Carlesi e durante quei mesi stava vivendo uno dei momenti più complicati della sua carriera di Direttore Generale di Estra tra denunce e perquisizioni per un procedimento giudiziario che si risolverà con la sua assoluzione solamente sei anni più tardi; il secondo è Antonello Giacomelli, in parlamento dal 2006, che seppur nominato Sottosegretario del Ministero dello sviluppo economico nel governo Renzi, era legato indissolubilmente a Dario Franceschini in una corrente divenuta all’interno del Partito assolutamente marginale.

Con massimo stupore sia del gruppetto nostrano dei pasionari di Renzi sia dello stesso premier, il neo eletto sindaco Biffoni confermò la sua fiducia a Paolo Abati quando sarebbe bastata una semplice richiesta di un passo indietro visto lo scandalo che allora attanagliava il direttore di Estra e rafforzò la sua alleanza con Antonello Giacomelli nominando Benedetta Squittieri, fedelissima di Antonello, assessore nella sua giunta.

Se a prevalere siano stati più il senso di gratitudine (Biffoni prima di entrare in Parlamento lavorava per Estra come legale), l’amicizia (che legava Biffoni ad Abati e ad Antonello Giacomelli) o la paura di non essere in grado di reggere lo scontro con i due potenti personaggi, non è dato saperlo. Di certo c’è che il nostro sindaco appena eletto, con una certa nonchalance, preferì rottamare la rottamazione andando invece a stringere un patto di potere con Giacomelli e Abati nel solco della tradizione partitocratica di vecchio stampo e nella massima continuità con ciò che lo aveva preceduto.

Il patto tra i tre è molto semplice e, nel corso degli anni, anche di facile lettura per chi segue un po’ le dinamiche locali: Abati governa Estra con assoluta autonomia e nessuna interferenza da parte della politica cittadini; Giacomelli rappresenta gli interessi della nostra città a livello regionale e nazionale senza che nessuno si azzardi a mettere in discussione la sua dimensione; la figura politica di Biffoni non viene in alcun modo messa in discussione all’interno del partito.

Sono ormai più di sei anni che questo patto regge in città. Biffoni e i suoi “padrini”, nel senso ecclesiastico del termine per aver tenuto a battesimo il nostro giovane sindaco, governano la città indisturbati. Nel 2015 a fare l’assessore in regione trovò spazio un altro fedelissimo del potente onorevole Giacomelli, Stefano Ciuoffo. Nel frattempo Abati viene riconfermato nonostante la mancata quotazione in borsa di Estra, nonostante nuove indagini che hanno coinvolto nuovamente alcuni dei membri del CDA (non lui) e nonostante i deludenti risultati economici che invece molti si aspetterebbero da Estra. Giacomelli, con l’assenso del nostro sindaco, ha trovato spazio nel listino bloccato ed è tornato in Parlamento per la quinta volta di fila senza passare attraverso alcuna battaglia elettorale a caccia di preferenze. Il culmine lo si è avuto con la candidatura nel collegio uninominale di Della Vedova nel 2018, leader nazionale di +Europa originario di Sondrio che, o che avesse vinto o perso contro Silli, avrebbe comunque lasciato inalterato gli equilibri che regolano il patto di cui vi ho parlato sopra. Come dicono quelli che lavorano nella finanza, un’operazione “win win”. Fosse stato candidato un pratese al posto di Della Vedova e avesse vinto, Giacomelli non sarebbe stato l’unico a rappresentare la nostra città a Roma (sponda PD) e Biffoni avrebbe trovato occupato quello scranno per quando vorrà tornarsene a Montecitorio a giocare a fare il politico che conta (c’è chi dice che ci proverà nel 2023, un anno prima della scadenza del suo secondo mandato ma si sa: quando Roma chiama, difficile dire di no).

Tutto quello che vi ho raccontato fino ad ora, è a discapito di un concreto progetto di sviluppo della città, le cui ambizioni di cambiamento vengono lasciate solamente alle scelte urbanistiche del visionario assessore Barberis.

Matteo Biffoni nel 2019 è stato rieletto sindaco anche grazie all’impreparazione dei partiti di opposizione che gli hanno contrapposto un candidato dai più giudicato troppo debole e sicuramente partito in ritardo.

Il malumore all’interno della città, però, ha iniziato a crescere giorno dopo giorno. Troppi gli appetiti da sfamare all’interno del Partito Democratico, con tanti personaggi rimasti a bocca asciutta in città e in provincia e troppo alta l’insoddisfazione di una città che, oltre gli amorevoli slogan elettorali del nostro sindaco, vorrebbe e si aspetterebbe qualcosina di più.

Lo scontento ha trovato il suo sfogo nelle elezioni regionali dello scorso settembre e, a farne le spese, è stato l’ormai ex consigliere regionale Nicola Ciolini che, seppur appoggiato dal sindaco, dall’onorevole Giacomelli (che nel frattempo si è sistemato in Agcom a 250.000€ all’anno per i prossimi sette anni), da sette assessori su nove e da una mandria considerevole di nominati nelle svariate partecipate, ha perso clamorosamente da Ilaria Bugetti che si issata in contrapposizione a quel famoso patto di potere sancito nel 2014 riuscendo a prendere un numero record di preferenze nella storia della nostra città.

Quei 11.326 voti sono, attualmente, la più grande minaccia sotto il tavolo del potere cittadino.

Ce la farà lo scaltro Antonello Giacomelli a convincere Ilaria Bugetti (i due si sono visti più volte negli ultimi giorni) a sedersi al tavolo della spartizione ancora una volta con buona pace per i propositi di cambiamento della città?
Quanti e quali posti saranno assegnati a tutti i sostenitori della guerriera di Cantagallo?
Si allarga il tavolo e si fanno sedere più commensali (soluzione assai più probabile) o salterà davvero il banco (non ci credo neanche se lo vedo) ?

Qualcuno si domanderà quale sarà la sorte dell’ex consigliere Nicola Ciolini che, nonostante l’ottimo lavoro svolto durante i cinque anni in regione e l’intensa campagna elettorale, è arrivato secondo e fuori dalle istituzioni. Sono certo che gli verrà proposta una sistemazione in una partecipata per i prossimi tre anni (si fa insistentemente il suo nome per la presidenza di Alia) e poi un bel ciaone, lontano dal patto dei padrini. Sempre che questo, tra tre anni, sia ancora in piedi.

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