La mossa del camaleonte

A margine della presentazione del suo ultimo libro “La mossa del cavallo” questa mattina a Palazzo Strozzi, l’ex premier Matteo Renzi ha speso due parole anche sulla questione relativa allo stadio della Fiorentina.

Sia quando era presidente dalla Provincia di Firenze che da sindaco poi, si è battuto pubblicamente per fare lo stadio prima a Castello e poi alla Mercafir. In Consiglio Comunale nel 2011 fece addirittura votare contro la proposta dell’allora leader dell’opposizione Giovanni Galli per il restyling del Franchi, come ci ha ricordato lunedì scorso Francesco Torselli ai microfoni di Targettopoli Live.

Il progetto di Castello sappiamo tutti come è andato a finire, anche se ormai si parla già quasi di dieci anni fa. Un’era geologica per la politica. Adesso, che in questi giorni si sta consumando il dramma politico di Nardella sull’area Mercafir, il senatore di Scandicci ha deciso di uscire a sorpresa sostenendo che la cosa migliore sarebbe quella di togliere i vincoli sul Franchi per poterlo ristrutturare. Ma come? Per anni ha proposto altre idee, da quella di Castello fino a quella della Mercafir, ha fatto spendere soldi e perdere tempo ai Della Valle fino a farli disinnamorare di Firenze, e ora sostiene che la soluzione migliore per la Fiorentina sarebbe quella di ristrutturare il Franchi togliendo i vincoli della Soprintendenza? Più che del cavallo, quella di Renzi sembra la mossa del camaleonte.

L’ho già scritto e lo ripeto: quella dello stadio di Firenze è uno dei principali fallimenti della politica fiorentina. Un fallimento strategico, ideologico, perpetrato per anni e condiviso da più giunte, da quelle di Domenici fino all’attuale. Si è lavorato ad una visione  politica totalmente sbagliata e sconfitta dalla storia che, oggi, si mostra in tutta la sua durezza. I tifosi, decidendo di esporsi pubblicamente e in maniera plateale al fianco di Rocco Commisso, hanno anche lanciato, allo stesso tempo, un segnale inequivocabile di stanchezza e di insofferenza verso tutta la classe politica fiorentina e toscana che, da anni, prende in giro un’intera città su un tema così sentito come quello dello stadio. E non posso che sorridere di fronte alla scelta di Nardella e di Carrai (che in questa occasione sono andati simpaticamente a ricomporre la reunion dei vertici del renzismo che fu), di presentarsi in favore di obiettivo con striscioni simili, se non identici, a quelli dei tifosi.

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La loro reazione, affannata e maldestra, non fa altro che sottolineare l’evidente imbarazzo e la terribile angoscia per la perdita del consenso e della popolarità che questa vicenda ha innescato.

Quella dello stadio però non il solo fallimento politico. Negli ultimi quindici anni Firenze ha avuto una classe dirigente che si è immaginata una città che, per vari motivi, non è potuta essere. La Firenze di oggi, nei pensieri di Renzi, di Nardella, di Giani e di tutti quegli amministratori che si sono alternati ai vertici cittadini dal 2005 al 2020, avrebbe dovuto avere uno stadio a Castello o a Novoli, un’aeroporto con una pista più grande parallela all’autostrada e un inceneritore appena fuori dal proprio confine comunale. Lo stadio, ce lo auguriamo, nascerà a Campi Bisenzio mentre su Peretola e sull’inceneritore di Case Passerini sono state messe delle vere e proprie pietre tombali su diversi piani amministrativi e giuridici.

Credevo che le elezioni regionali dovessero e potessero essere l’occasione per aprire una nuova fase storica e politica e invece erano un calesse. A proposito di cavallo.

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