Monteferrato: due cose che molti non sanno e una grande domanda

A pochi luoghi i camminatori di Prato e dintorni sono affezionati come al Monteferrato. Sì, è vero, ci sono anche altri bei posti per svolgere attività all’aperto. Basta pensare al comodo percorso lungo il Bisenzio, al caro vecchio ex Ippodromo, all’ampio parco delle Cascine di Tavola o alla selvaggia Calvana. Ma, per molti di coloro che amano tenersi in forma e desiderano farlo in un contesto naturale, in cima alle preferenze c’è il Monteferrato. Basta avventurarsi sui suoi sentieri la domenica mattina per capirlo. Da Galceti, da Figline, da Bagnolo, da Cerreto. Dovunque si inizi a intraprendere la camminata per raggiungere una delle sue tre cime – con la più alta che si trova a poco più di 400 m di altitudine – sono tante le persone con cui scambiare un doveroso saluto. Del resto, chi frequenta le montagne lo sa: salutarsi quando si incrociano le persone, anche sconosciute, è la normalità, a differenza di quanto accade in qualsiasi altro posto. E sul Monteferrato, nei giorni festivi, la gente da salutare non manca.

Ma c’è un’altra evidenza che testimonia l’amore dei pratesi per queste montagna: la sua pulizia. Sembra che questo luogo vanti una sorta di riconoscimento di inviolabilità da parte di tutti, anche di coloro che hanno un minor senso civico. È difficile trovare cartacce, bottiglie abbandonate o mozziconi di sigarette. Sembra proprio che “sua maestà” Monteferrato goda di un innato e diffuso rispetto, anche da parte di coloro che magari si avventurano per una volta e poi non ci tornano più, perché comunque il percorso è in salita ed implica un certo sforzo fisico.

IL FASCINO DEL MONTEFERRATO. Ma perché il Monteferrato è un must per così tante persone? I motivi sono diversi ed è possibile comprenderli appieno solo se si è frequentatori abituali di quella piccola montagna.

Innanzitutto, la vicinanza alla città rende le pendici del monte facilmente raggiungibili per chiunque voglia isolarsi dal caos cittadino senza dover programmare con largo anticipo escursioni particolarmente lunghe, estreme o distanti da casa.

In secondo luogo, le caratteristiche del monte per pendenza, lunghezza dell’ascesa, particolarità del suolo e numerosità dei sentieri ne fanno una meta divertente per le famiglie con i bambini ma, allo stesso tempo, discretamente impegnativa per gli sportivi che vogliono raggiungere la cima più alta in meno di un’ora di salita. A questi fattori si aggiunge anche il fatto che, essendo un monte di piccole dimensioni, risulta piuttosto facile mantenere visivamente i principali riferimenti necessari per non perdere l’orientamento, così che avventurarsi in un sentiero mai provato prima non è avvertito come particolarmente rischioso.

Altra particolarità è la sua conformazione mineraria, che non si trova in altre montagne nelle vicinanze. Il suo suolo, infatti, è in larga parte composto da quella peculiare roccia verde nota come serpentino o marmo verde. Proprio quella pietra con cui sono state realizzate ampie parti di tante chiese e battisteri toscani.

E poi c’è la vetta, con i due piccoli e caratteristici rifugi, con il prato adatto per una merenda, con una veduta che spazia su tutta la piana, da Pistoia agli inizi di Firenze, col Montalbano di fronte. La veduta è così perfetta che, con un po’ di fantasia, sembra quasi di immaginarsi la piana quando, forse milioni di anni fa, invece delle opere dell’uomo c’era un immenso lago.

LA NOTA DOLENTE. Ma quindi, è tutto perfetto su questa graziosa montagna? Purtroppo, no. C’è infatti un aspetto che, ogni volta che cammini sul Monteferrato da un bel po’ di anni, ti balza agli occhi e ti lascia quasi incredulo: la moria della vegetazione. Gli alberi, prevalentemente pini, sono stati infatti in buona parte falcidiati da un parassita che ha imperversato in questa zona e che ha creato ampie zone semi desertificate. Alcuni versanti più, altri meno. Ma il segno di questa malattia e della sofferenza delle piante è sotto gli occhi di tutti coloro che frequentano questa montagna. Centinaia di carcasse di pini giacciono a terra. Altre centinaia di alberi sono lì, esili, pronti a cadere. Non puoi fare a meno di rammaricarti assistendo a questa sconfitta della natura e al drastico cambiamento del paesaggio. E, andando oltre, viene da pensare che, forse, non sono stati tentati degli interventi mirati a bloccare il fenomeno o, quantomeno, a limitarne i danni, evitando così che la moria assumesse queste proporzioni.

LE INFORMAZIONI TROVATE. Come sempre, però, prima di giungere ad una conclusione è giusto essere informati su cosa si ha davanti. E allora, la prima domanda da farsi è: ma quegli alberi, che oggi sono così sofferenti, sono sempre stati sul Monteferrato? Come hanno fatto a crescere su un suolo così arido e sassoso?

Molti pensano che quei pini siano autoctoni. Invece, sembra che non sia così. Facendo un po’ di ricerca, infatti, si scopre che già nel 1714 il sito veniva descritto come completamente spoglio e pieno di massi e che successivamente, nell’ottocento, fu apportato, con successo, un rimboschimento con pini.

Viene quindi da chiedersi perché, oggi, non si possa pensare ad un nuovo intervento di piantumazione, viste le pessime condizioni dei pochi alberi rimasti. E anche qui, cercando, si trova una risposta. Purtroppo, però, è una risposta che non consola gli amanti del posto. Un articolo del quotidiano La Nazione dello scorso 17 febbraio, infatti, spiega che il Monteferrato sarebbe assoggettato a dei vincoli di rango europeo, che impedirebbero la piantumazione di nuove piante – tipo querce e lecci – con cui provvedere ad un rimboschimento della montagna. Simili provvedimenti, infatti, andrebbero ad alterare il contesto naturale del sito, con particolare riguardo ai licheni e ad altre rare piante cresciute spontaneamente.

LA DOMANDA DELLE DOMANDE. Anche in questo caso, quindi, saremmo di fronte all’ennesimo diktat europeo, difficilmente comprensibile ai più. Ma, a questo punto, le domande si auto alimentano. È veramente giusto, nell’interesse di tutti, assistere inermi alla progressiva desertificazione? È possibile che non ci sia alcun spazio di manovra rispetto a dei vincoli che provengono da un posto – Bruxelles – così lontano dal Monteferrato? Le carcasse di alberi, che in certi punti fanno pensare di essere a Chernobyl piuttosto che in un contesto preappenninico, devono obbligatoriamente rimanere tutte lì, distese per terra, per alimentare con la decomposizione il naturale processo organico delle piante? Il detto “l’occhio vuole la sua parte” vale per tutto tranne che per il Monteferrato? Le istituzioni locali hanno provato a fare tutto il possibile oppure, semplicemente, si sono rassegnate di fronte al fatto che, trattandosi di un’area protetta, è impossibile ogni tipo di azione? Esiste un progetto per valorizzare turisticamente questo sito, magari con cartellonistica apposita che illustri gli aspetti naturalistici e storici dell’area?

Tutti questi interrogativi possono essere sintetizzati in un’unica grande domanda che, come si usa dire, sorge spontanea: il Monteferrato è un’area protetta – come citano quei pochi e sperduti cartelli posizionati alle basi della montagna – o, piuttosto, è un’area abbandonata?

I cittadini – soprattutto quelli amanti di camminate, escursioni e trail running – se lo chiedono. E se lo chiedono ogni maledetta domenica.

2 Comments

  1. La piantumazione dei pini non fu fatta a caso. I pini sono piante pioniere e in quanto tali hanno lo scopo di preparare il suolo per instaurare una successione ecologica. Si vedono in alcuni punti lecci, roverelle e tanta erica che si sono insediati naturalmente nel processo di rinaturalizzazione. Non ha senso piantare nuove piante, soprattutto latifoglie, perché il Monteferrato è roccia ferrosa e acida, non ha suolo o pochissimo in alcuni punti più concavi e pianeggianti pertanto qualsiasi pianta non autoctona e addirittura più esigente dei pini morirebbe malamente. Capisco la frustrazione, ma fino ad un certo punto. Bisogna avere pazienza con la natura e probabilmente moriremo che il Monteferrato sarà ancora così ma se uno capisce cosa sta succedendo (si sta formando un suolo che potrà ospitare una vegetazione più rigogliosa di quella di adesso!) accetta l’aspetto del monte così come è e io lo trovo bellissimo proprio per questo.

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