Matilde, expat italiana, ci racconta la sua quarantena a Londra

Mi chiamo Matilde, sono italiana, ho 22 anni, e mi sono trasferita a Londra 4 anni fa. Mi sono trovata nel mezzo della Brexit e del Coronavirus, e oggi questa città non appare più la stessa.

La mia chiacchierata di qualche giorno fa con Matilde è cominciata così, dopo aver regolato la telecamera su Skype, e riso qualche secondo della mia barba troppo lunga. Studente di fotografia, cameriera in un ristorante turistico e, per un paio di settimane, isolata tra le mura domestiche a causa del Covid-19 che, probabilmente, ha contratto intorno ai primi di marzo. Ma il condizionale è d’obbligo, perché anche laggiù, se i sintomi non sono gravi, il tampone non lo fanno. Ho riflettuto a lungo sulla nostra chiacchierata, anche nei giorni successivi, e ho realizzato che in fondo la linea di demarcazione che dopo il referendum della Brexit gli inglesi hanno tentato di tracciare con l’Europa non è così profonda, e che probabilmente siamo più simili di quanto si pensi, anche nella gestione di una pandemia. Certo, su temi come la burocrazia e l’istruzione, il paragone con l’Italia è impietoso, ma sulle immagini, sulle fotografie di un Paese che lotta contro il virus, non siamo molto lontani. Una città come Londra, viva e trafficata 24 hours a day, improvvisamente si è ritrovata svuotata, silenziosa, quasi spettrale. E le famose cabine rosse e gli autobus a due piani, sono oggi macchie di colore sull’immobile sfondo grigio.

Matilde, dove abiti di preciso?
“Nell’East London, una zona piuttosto centrale, e molto frequentata.”

E come ti trovi?
“Bene direi. Londra ha i suoi pro e i suoi contro, essendo una città molto cara non sempre è facile tirare avanti.”

Come stai affrontando questo periodo di quarantena forzata?
“Così così. Ero una persona molto attiva prima del Covid: sempre fuori, tra lavoro, amici e soprattutto l’Università. Lì in particolare passavo molto tempo nei laboratori e in biblioteca. Questa situazione oggi è piuttosto frustrante. Devo dire che però tutti, a partire dai professori, si sono attrezzati per garantire lezioni e rapporti con gli studenti.”

Tu abiti lì col tuo ragazzo, e “probabilmente” avete vissuto il virus sulla vostra pelle, è così?
“Sì esatto. Intorno all’inizio di marzo il mio ragazzo ha avuto la febbre e qualche sintomo influenzale. Di lì a poco anch’io ho perso l’olfatto e il senso del gusto, ma niente di più. Abbiamo chiamato l’NHS (il Servizio Sanitario Pubblico inglese, ndr), e ci hanno detto semplicemente di stare due settimane in isolamento e vedere come andava.”

Non vi hanno fatto tamponi?
“No. Avremmo dovuti richiamarli se i sintomi si fossero aggravati, ma non è successo.”

Com’è Londra ai tempi del Covid?
“Surreale. Vedere le strade e i negozi vuoti fa impressione. Però va detto che rispetto a quanto è avvenuto in Italia fino ad oggi, qui c’è stato un forte interesse a garantire la possibilità di uscire, stare all’aperto, praticare attività fisica ecc. Credo che questo sia stato positivo, soprattutto per la salute mentale delle persone.”

Come hai vissuto le parole di Boris Johnson all’inizio della pandemia, quando disse che bisognava prepararsi a perdere i propri cari?
“È stato abbastanza scioccante. E le polemiche sono continuate anche dopo, perché molti pensano che le misure di sicurezza siano state prese troppo in ritardo, così come sui dispositivi di protezione, ad esempio le mascherine o i camici, che all’inizio mancavano persino negli ospedali e agli operatori sanitari.”

Come vedi il tuo futuro, tra la Brexit e tutto il resto?
“Non so, pare che la Brexit potrebbe essere rimandata di nuovo. Ma più che per me sono preoccupata per la nuova generazione, come quella di mia sorella. Mi aveva detto che un giorno avrebbe voluto studiare a Londra anche lei, e sarebbe un peccato se non potesse farlo.”

Perché?
“Perché non avrebbe le stesse possibilità che ho avuto io. A partire dalle “Student Loans”, una sorta di borsa di studio, che io ricevo dallo Stato tutti gli anni. Chissà come andranno queste cose dopo la Brexit.”

Quando riprenderanno le lezioni all’Università?
“Non lo sappiamo ancora. Probabilmente a settembre, anche se in parte potrebbero rimanere via Skype. Che per me sarebbe comunque complicato, perché studiando fotografia i laboratori sono fondamentali.”

E le scuole per i più piccoli?
“Beh per quello parlano dell’1 giugno come data per ripartire, magari ritardando l’ingresso agli studenti più fragili. In ogni caso è una cosa molto richiesta, soprattutto per aiutare le famiglie.”

Qui da noi si parla molto della app “Immuni”. Se ne discute anche laggiù?
“Sì, anche qui l’app dovrebbe uscire a breve. Ma sinceramente non mi interessa molto, non mi piace l’idea che traccino i miei dati e i miei spostamenti.”

Quindi non la scaricherai?
“No, non credo.”

I tuoi parenti sono a Firenze. Tu che progetti hai? Tornerai in Italia nei prossimi mesi?
“L’idea è tornare per il periodo estivo, soprattutto per ragioni economiche, perché non è facile restare qui con un lavoro part-time. Per ora ho un aereo fissato per il 1 giugno, ma non so nemmeno se voleranno o meno.”

Parlami del tuo lavoro.
“Faccio la cameriera in una catena di ristoranti turistici, sparsi per tutta Londra. Al momento non sto lavorando, ma mi pagano comunque l’80% dello stipendio.”

Una specie di cassa integrazione?
“Sì, esatto. Fino a qualche settimana fa era il 50%, ma lo hanno alzato. Al momento il ristorante non è del tutto chiuso, fa servizio di take-away, ma gli ordini sono molto ridotti. In realtà non ci sono molte certezze per il futuro, soprattutto se non riprenderà il turismo. Per noi camerieri, la mancia è comunque una parte importante dello stipendio a fine mese.”

La tua passione, la fotografia, è cambiata molto in questo periodo?
“Totalmente, soprattutto perché adoro la street photography e non potendo uscire ho quasi smesso di praticarla. Anche se qualche volta in strada sono scesa, per scattare qualche ricordo.”

Qual è l’immagine che ti è rimasta più impressa di Londra in questo periodo?
“Le strade vuote. Abito vicino a una delle stazioni più grandi della città, dove c’è il mercato settimanale: è un via vai continuo di persone e artisti di strada. Oggi è tutto silenzioso e vuoto. Non sarà facile dimenticarlo.”

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Foto: Matilde Grassi

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