Lo scontro tra governo e CEI ci riporta al Medioevo

Il duro scontro tra scienza e religione, non è certo cosa nuova. Al punto che assistervi ancora oggi, nel 2020, fa un po’ effetto. Eppure, ai tempi del coronavirus, capita anche questo.

Ci ha provato domenica, il Premier Giuseppe Conte, a giocare d’anticipo, nell’ormai consueta video-conferenza serale del weekend, ringraziando la CEI “per la comprensione” rispetto alle restrizioni che, da inizio marzo, hanno colpito anche le chiese e le attività di culto. Ci ha provato, ma stavolta non gli è andata bene, se ieri la stessa Conferenza Episcopale gli ha risposto piccata, con un comunicato stampa al vetriolo. Nella nota si sottolinea come ci sia sempre stata un’interlocuzione col Governo, in cui sono state accettate le misure restrittive, e nella quale “più volte si è sottolineato in maniera esplicita che – nel momento in cui vengano ridotte le limitazioni assunte per far fronte alla pandemia – la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale.” Da qui, il disappunto dei preti rispetto alle parole del Presidente del Consiglio, che ha rinnovato lo stop per le funzioni ecclesiastiche. E dunque la tirata d’orecchie: “Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana. [..] I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto.” E oggi sono molti, anche tra le istituzioni toscane, a chiedere una revisione di questo punto da parte del Governo.

Insomma, un incidente piuttosto complicato per Conte, che finora era riuscito a farsi benvolere dalla comunità cattolica e anche dai rami più austeri del potere spirituale italiano. Eppure, i richiami formali ai patti tra Chiesa e Stato (dovere di distinguere tra le responsabilità) e ai precetti religiosi (libertà di culto), riportano a galla storie che credevamo ormai relegate al passato. Come quella di 100 anni fa, ai tempi di un’altra pandemia, la “spagnola”. Anche allora furono chiusi teatri, scuole e luoghi di culto, e anche allora la Chiesa protestò: come tale Alvaro y Ballano, vescovo di Zamora, città del nord ovest della Spagna, che si ribellò alle disposizioni statali, affermando che il virus era causato dalla ingratitudine verso Dio, e convocò un gran numero di fedeli nella chiesa di San Esteban per dar loro l’eucarestia. Il popolo accorse, tanto che pare che Ballano la definì una “vittoria fondamentale per il cattolicesimo”. Solo che da allora la mortalità a Zamora schizzò in alto, e l’epidemia si propagò in tutto il paese.

Ma tornando ai giorni nostri, se si considerano le conferenze stampa di Giuseppe Conte come mera espressione verbale di quanto in realtà deciso dalla task force dei tecnici, torna fuori, curiosamente, uno scontro tra scienza e religione che ha il gusto di tardo medioevo. La prima corre sui binari della spiritualità: “l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale” chiude il comunicato CEI. La seconda, tranchant, considera dati, numeri e pragmatismo, e niente più. E appunto, sono proprio i dati a spiegare il perché di questa scelta: secondo l’ISTAT il 40% di chi si reca a messa ha più di 60 anni, e comunque il 65% ne ha più di 45 (indagine del 2017). Inoltre, sono molti quelli che vanno in Chiesa per trovare conforto rispetto a problemi di salute personali o dei propri cari, situazione ancor più a rischio in tempi di pandemia. Insomma, la popolazione dei fedeli è per gran parte quella fascia a rischio che tentiamo di tutelare, e le concentrazioni di persone con queste caratteristiche, anche in presenza di misure di sicurezza importanti, rischiano di diventare veri e propri focolai (vedi il caso RSA). Più che una scelta arbitraria di Conte, dunque, che intanto ha allargato le maglie delle misure per i funerali (e meno male), si tratta di una precisa scelta tecnica operata come misura di contenimento del virus, opinabile forse, criticabile, ma presa in base a parametri scientifici. Non piacerà a chi distingue tra sacro e profano, ma è quanto succede anche a teatri, parrucchieri e ristoranti.

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