TIDELAND (2005) // Un film per il weekend

FILMOPOLI, la rubrica sul cinema di Targettopoli. Ai tempi del Covid-19, l’associazione divano-tv è divenuta un po’ come cacio e maccheroni, un must inseparabile. Al punto che persino l’ipertrofico Netflix comincia a scricchiolare. La gente è affamata di tv, che siano serie o film, e ne consuma talmente tanti che trovare nuovi contenuti da piazzare sulle piattaforme on demand non è così semplice. Un po’ vittima del suo stesso modello (che punta sulla quantità e poco sulla qualità) la grande N rossa fa i conti con la bulimia televisiva da quarantena, e sforna, se possibile, film più brutti del solito (non parlo di serie, ma di quelle cose vetuste che iniziano e finiscono nell’arco di un paio d’ore). I film di plastica del colosso dell’on demand (che per carità di Dio, ha salvato centinaia di divorzi annunciati in questo periodo, quindi tanto di cappello) non solo non competono con i B-movie di un tempo, ma addirittura a volte sono talmente insulsi, che la voglia di gettare qualcosa contro il televisore è estrema.

Ecco, piuttosto che lanciarsi in una rassegna dei “Film brutti e dove trovarli”, anche se sarebbe divertente, mi pare più utile quella dei “Film contro l’appiattimento” (perdonate il titolo, non ho trovato di meglio). Sono titoli da tirare in faccia al politically correct, alla standardizzazione delle major cinematografiche, al livellamento dell’etica, alla morale universale. Sono quei titoli che, se vi comprate il DVD (sì, li vendono ancora), potrete lanciarli contro il vostro 55 pollici mentre trasmette l’ennesima serie tv dove le inquadrature non durano più di 12 frame e il buono non è così buono, mentre il cattivo apparente in realtà è un pacioccone.

Ve ne consiglio subito uno, per non perdere tempo. Si tratta di Tideland, film partorito dal genio malato di Terry Gilliam (Monty Piton, Brazil, l’Esercito delle 12 scimmie ecc. ecc.). Flop quasi totale al botteghino nel 2005, il film è la storia piuttosto disturbante di una bambina che perde la madre per overdose e si rinchiude col padre (Jeff Bridges), anche lui eroinomane, in una catapecchia di campagna, nel solitario Texas. Una sorta di Alice del Paese delle Meraviglie versione Paura e Delirio a Las Vegas, dove scene paradossali (la caduta nel limbo tra siringhe e bamboline è memorabile) si mescolano a momenti truci e piuttosto ambigui, con personaggi grotteschi e qualche notevole trovata registica di un Gilliam altrimenti assopito (o strafatto). Ne scaturisce un film decisamente storto (in italiano lo hanno tradotto “Il mondo capovolto”), poco interessante, se non nell’esercizio di stile di un regista senz’altro visionario, e che ha voluto ricondizionare i generi a suon di calci nelle palle a Walt Disney e compagni.

Dunque cercatelo, compratelo (ma spendeteci poco), guardatelo e restate tranquillamente turbati. Se poi alla fine penserete di aver perso 2 ore di tempo, e mi maledirete, potrete tranquillamente tornare alle vostre serie Netflix, almeno fino alla prossima rubrica.

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