La figuraccia del distretto

Tanto tuonò che poi mancò la pioggia. Si potrebbe riassumere così l’ultima settimana pratese, vissuta nello scontro aperto tra sindacati e imprenditori. Martedì doveva essere la giornata della riapertura di oltre 400 aziende del distretto. Tutte quelle che il giorno prima avevano intasato la casella PEC della Prefettura con le proprie motivazioni autocertificate. E invece no. Qualcosa è andato storto.

I SESSANTA. Sul più bello, sessanta dei quattrocento imprenditori hanno mandato una seconda mail di disdetta. Un passo indietro inaspettato. Forse in seguito alle voci di possibili controlli a tappeto da parte delle Forze dell’Ordine o forse per delle polemiche interne agli imprenditori, fatto sta che quella che doveva essere un’occasione epocale per tutto il distretto si è trasformata in una incredibile figuraccia.

NESSUNO SI È SALVATO. Ho letto un paio di commenti intelligenti sulla mia bacheca, quando ho chiesto ai miei lettori chi fosse dalla parte dei sindacati e chi invece da quella degli imprenditori. La verità è che la città avrebbe dovuto trovare una risposta unica, mediata, che accontentasse tutti gli attori coinvolti. E invece non è andata così.

  • Gli imprenditori, per la prima volta dopo tanto tempo uniti in un numero importante per un obiettivo comune, si sono spaccati nel giro di ventiquattro ore e non hanno portato a casa il risultato.
  • I sindacati, che hanno giocato il loro ruolo storico di antagonisti degli industriali che tanto li fa sentire a loro agio, ma che stavolta forse hanno perso di vista il bene comune, considerato che tanti lavoratori, impauriti da un futuro incerto, preferirebbero tornare a lavorare in ditta piuttosto che rimanere a casa a guardare la televisione.
  • Confindustria, che dopo tanti anni di tartine e rinfreschi aveva la grande occasione di rappresentare per davvero una grande fetta del distretto, che ha preferito non sostenere questa iniziativa perché forse non partorita dalle menti dei soliti tre amici.
  • La politica, a cui toccava, a mio avviso, il compito di apparecchiare il tavolo di una trattativa che doveva per forza concludersi con una mediazione, un accordo, un punto di incontro. A costo di stare seduti a quel tavolo anche fino a notte fonda. In particolar modo i nostri parlamentari pratesi, soprattutto quelli di maggioranza. A cosa serve la loro presenza a Roma se nemmeno in una fase come questa hanno trovato il modo di rendersi utili per la città?

IL SOTTOSCALA DI BAGHINO. Una delle leggende della nostra città che mi ha tramandato il mio caro amico ex parlamentare Mauro Vannoni (la mia preferita per quanto mi riguarda), racconta di una Prato che a cavallo tra gli anni 70′ e gli anni 80′ aveva trovato una sua dimensione tra il mistico e il diplomatico nel sottoscala di Baghino in centro storico. Allora le cariche più importanti, dal sindaco al vescovo, dai parlamentari in carica ai rappresentanti delle categorie sociali ed economiche (quando veramente potevano rappresentare qualcuno e qualcosa) si ritrovavano in gran segreto a progettare la Prato del futuro. Furono molte le decisioni importanti che arrivarono anche alla fine di lunghe riunioni finite quando il cielo, fuori, stava già albeggiando. Forse stavolta è mancato proprio questo o, se oggi esiste un luogo come quello, di sicuro non ha ottenuto il risultato che serviva.

È stato un momento nel quale tutti avrebbero dovuto remare dalla solita parte ma, come altre volte successo in passato, ognuno ha pensato solamente al proprio orticello. Purtroppo siamo una città che non ha mai imparato dai suoi errori. E anche questa figuraccia starà lì, per molti anni, a ricordarcelo.

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