Ecco perché a Prato chiuderanno molte aziende tessili

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Tiene banco in questi giorni, sia a livello locale sia a livello nazionale, il dibattito tra sindacati, imprenditori e istituzioni sulla ripartenza delle aziende. E tutti – soprattutto a Prato – sono focalizzati sul presente, dimenticandosi che quello che ci ha travolto, oltre a mettere in discussione ciò che siamo stati fino ad oggi, ci impone un cambiamento drastico su ciò che vogliamo diventare in futuro, o almeno per i prossimi dieci anni.

GIORGIO ARMANI ha rivolto una lettera significativa a tutto il sistema moda attraverso le pagine di WWD Women’s Wear Daily. Rallentare, ripensare i tempi frenetici di tutta la filiera e ritornare ad una qualità senza compromessi. «Non ha senso che una mia giacca o un mio tailleur dopo tre settimane in negozio, diventino immediatamente obsoleti e vengano sostituiti da merce nuova, che non è poi troppo diversa da quella che l’ha preceduta. Io non lavoro così, trovo sia immorale farlo» scrive Armani, «[…] e per lo stesso motivo trovo assurdo che durante il pieno inverno, in boutique, ci siano vestiti di lino e durante l’estate cappotti di alpaca». Perché questo è diventata la moda. L’invernale nei negozi in estate, con la merce estiva in saldo dai primi giorni di luglio e l’estivo nei negozi a dicembre coi saldi sulla merce invernale che iniziano già a gennaio. Tutto ciò non è più sostenibile.

FEDERAZIONE MODA ITALIA ha stimato un calo di almeno il 50% dei fatturati per tutto il 2020. Numeri che non lasciano spazio a molta immaginazione: chiuderanno tantissimi negozi e spariranno almeno il 30-40% dei brand. Sono queste le ipotesi di Giacomo Piazza, co-fondatore di 247Showroom, che ha rilasciato un’interessante intervista che potete leggere qui, in cui parla chiaramente della fine del sistema moda per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Tornerà ad esserci più spazio per la qualità e per la sostenibilità e la moda vivrà con ritmi più lenti. La bulimia portata dal fast fashion negli anni ’10 del nuovo millennio potrebbe diventare un lontano ricordo. E non è detto che ciò sia un male.

LE PEZZE DI PRATO. Un male, lo sarà sicuramente per il distretto pratese o almeno per una parte di esso. Lo è per tutti coloro che si sono adeguati ai tempi, ai modi, ai prezzi, alle contestazioni dei grandi gruppi come Inditex e H&M. Sono molte le ditte pratesi che hanno chiuso a causa di queste logiche, ma finora sono forse di più quelle che sono riuscite a rimanere in piedi grazie a un volume produttivo che solo questi colossi sono stati in grado garantire. In questo panorama c’è anche qualcuno che ha fatto altre scelte, puntando su innovazione, ricerca e qualità, ma sono pochi. Ma il distretto è fatto anche di tintorie, follature, tessiture, spesso strozzate dal continuo ribasso imposto dai lanifici che, a loro volta, sono costretti ad abbattere il più possibile i costi di tutti i passaggi della nobilitazione dei tessuti.

LE POLEMICHE DI PRATO. E mi permetto di spendere anche due parole – e me ne assumo tutte le responsabilità – sulle polemiche di questi giorni tra i Sindacati, che in circostanze come queste sembrano rappresentare solo la narrazione di sé stessi, tra Confindustria, che ormai è riconosciuta solamente per le ottime tartine che offre durante i rinfreschi, e tra le Istituzioni, che cambiano idea nel giro di una settimana, attente sempre di più ad inseguire il consenso dell’oggi a discapito di una visione di medio-lungo termine. Riaprire oggi. Riaprire il 20. Riaprire il 27. Riaprire il 4 Maggio. Purtroppo non credo faccia la differenza. La prossima collezione estiva è già saltata, in molti hanno annullato gli ordini per l’invernale e il futuro, quasi sicuramente, sarà pure peggiore.

NO ALLO SCARICA BARILE. Il tema vero è riuscire a capire chi arriverà al 1 gennaio 2021, chi potrà superare le prossime due stagioni e chi riuscirà ad adeguarsi alle nuove sfide che tutto il sistema moda sarà chiamato ad affrontare nei prossimi dieci anni, superando il cruccio se sia meglio riaprire il 20 aprile o il 27. Il rischio è quello di replicare quei politici che pensano all’oggi e non al domani. Per queste ragioni il teatrino di scarica barile che sindacalisti, imprenditori e istituzioni stanno mettendo in scena è l’ultima cosa di cui si sente il bisogno.

A Prato, e non solo, tante aziende chiuderanno, perché di fronte a cambiamenti così drastici e repentini, non tutti possono avere la forza di restare in piedi. Ci riuscirà, ne sono sicuro, chi questa crisi l’ha affrontata dieci anni fa con scelte meno omologate e più coraggiose, voltando le spalle a quel fast fashion che ha abituato tutti ad una qualità bassa, a una guerra sui prezzi distruttiva e a dei tempi insostenibili. Acquirenti inclusi.

 

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